Leonard Bundu è uno di quei pugili la cui vita sarà raccontata da libri, magari da un film. Una di quelle storie di pugilato che fanno commuovere, in cui chi legge o guarda, anche se sa come va a finire, non può non restare incollato alla storia. La rappresentazione perfetta di quello che la boxe è nell’immaginario collettivo.
La sua storia ormai è conosciuta già da tutti gli appassionati, nato a Freetown, in Sierra Leone – e questa non è più una mera informazione anagrafica, ma diventa un punto importante della vicenda – la perdita del papà, l’infanzia africana in un paese che affronta la guerra civile, e il successivo trasferimento nella citta della madre, Firenze. Quindi il pugilato, da sempre con il Maestro Alessandro Boncinelli dell’Accademia Pugilistica Fiorentina, la Nazionale, il bronzo mondiale nel 1999 e le Olimpiadi a Sidney nel 2000. Ma anche la testa, che fa un po’ quello che vuole. Era il classico pugile che come molti ragazzi a scuola “ha talento, signora, ma non si applica”, “potrebbe fare di più, se ci mettesse la testa”.

Poi Giuliana, il professionismo, le vittorie, i bambini, due, splendidi. Leonard che trova la sua dimensione e va avanti, consapevole finalmente che il tempo è la cosa più democratica che ci sia e va avanti per tutti, indistintamente, non ti aspetta se fai degli errori e ti accorgi che sei rimasto indietro. Il titolo EBU, le difese, i tagli, il trasferimento in campagna, la fatica a fare il peso, ma in modo intelligente, ché certi sistemi non fanno altro che distruggerti. Il Bonci sempre accanto, Giuliana con infinita pazienza, la famiglia tutta, sempre vicino, fisicamente o meno. Un cliché forse, ma meglio descriverlo come l’emblema del pugilato.

Allora prendiamo tutta questa storia e mentre ci chiediamo quale attore sarebbe all’altezza di portare Leonard sullo schermo (e sinceramente faccio fatica a pensare a qualcuno), la impacchettiamo e la mettiamo in uno zaino che ci portiamo dietro a Wolverhampton, UK, dove venerdì 1 agosto Bundu ha battuto il pugile di casa Frankie Gavin confermandosi, ancora una volta, il campione. Facciamo però ancora un po’ di posto in quello zaino però, perché sul quel ring non è stato solo confermato campione europeo, ma, essendo nato in Sierra Leone (e questo è il motivo per cui un dato anagrafico diventa importante), a Leo è stata anche consegnata la cintura di campione del Commonwealth, detenuta da Gavin. Una specie di “paghi 1, prendi 2” per il nostro pugile, che non sapeva avessero messo in palio anche quella. Certo il “paghi 1” aveva già un prezzo altissimo ma se ti danno anche l’altra cintura che fai, la rifiuti? Educatamente ringrazi e porti a casa.

Wolverhampton è un paese che sembra il set perfetto per un film di Ken Loach. Le persone per le strade riflettono l’immagine dell’Inghilterra dell’industria metallurgica nei decenni passati. La Civic Hall, dove si svolge il match, ha 3.000 posti e sono tutti occupati. Molti uomini nel pubblico si somigliano. Pelle chiara, pancia da birra, capelli rasati, camicia a maniche corte su tatuaggi sbiaditi e spesso qualche dente in meno. Le donne sfoggiano outfit che vanno dall’abito da sera in lurex a gonne corte e tanta pelle in vista, incuranti della pioggia. Non proprio il regno dell’eleganza, ma è tutto più reale così, più interessante. Bundu quando sale sul ring fa impallidire il suo concittadino più famoso, David (non fosse che il David è già discretamente bianco). Il tifo è contro, ma lui lo sa che tutti i suoi supporter sono con lui, se non fisicamente, con il cuore.

Sotto l’aspetto tecnico è già stato detto moltissimo. Da sottolineare l’alto livello dell’avversario, ma anche le scorrettezze continue, che l’arbitro lascia passare senza dire una parola. All’atterramento del 6 round, causato dal famoso montante al corpo del pugile fiorentino, l’arbitro conta con una lentezza esasperante. Gavin sputa volontariamente il paradenti e gli viene concesso tutto il tempo del mondo per prendere fiato e sistemarsi, per poi far proseguire l’incontro. In un altro contesto forse l’incontro sarebbe terminato così. Invece si è arrivati fino alla fine e al fiato sospeso all’annuncio di “split decision”. Ma il campione è ancora lui, Leonard Bundu, e Gavin se ne va dal ring immediatamente, salvo scusarsi poco dopo su twitter “Sorry for how I acted. I thought I Won”. La delusione è comprensibile, ma il campione indiscusso è Leonard Bundu.

Nel film su Bundu non è ancora il momento di mandare i titoli di coda. Si va avanti, sperando e cercando una chance mondiale che merita. Ci sarà altra fatica e altro sudore, altri pugni dati e presi, con la consapevolezza che tutto il mondo del pugilato italiano, e non solo, si unisce ai “92 minuti di applausi” per il campione.

 Anna Sgarbi